Ho perso la fede con una certa educazione. Nessuna porta sbattuta, nessun manifesto ateo affisso in cucina. Dio non era diventato il mio nemico. Aveva semplicemente smesso di essere necessario.
La cosa comoda dell'assenza è che lascia molto spazio libero. Puoi riempirlo con il lavoro, i progetti, la musica, l'ambizione e quella disciplina contemporanea che consiste nel sembrare sempre impegnati in qualcosa di importante.
Per un po' ha funzionato.
Le cose arrivavano. Risultati personali, soddisfazioni professionali, occasioni. La vita esaudiva alcune delle mie richieste, magari con il ritardo tipico di un servizio pubblico, e io continuavo a pensare che la felicità fosse la prossima fermata.
Poi la fermata arrivava. Io scendevo. E non c'era nessuno.
L'assenza di Dio non mi aveva reso libero. Mi aveva lasciato solo con un desiderio troppo grande per tutto ciò che riuscivo a conquistare.
Nel 2016 quella crepa è diventata difficile da coprire. Non era una crisi spettacolare. Era peggio: una crescente inquietudine dentro una vita che, vista da fuori, non aveva nessuna ragione seria per essere inquieta.
È uno dei paradossi più irritanti dell'esistenza. Ottieni qualcosa che desideravi e, invece di sentirti finalmente intero, scopri con maggiore precisione la forma del vuoto.
Nel 2018 sono arrivato al percorso delle Dieci Parole guidato da don Mauro Bozzola, a San Giovanni Lupatoto. Non ci sono arrivato come un pellegrino ben equipaggiato. Più come uno che ha provato abbastanza deviazioni da cominciare a sospettare che forse il problema non fosse la strada.
Le Dieci Parole non sono state dieci consigli per diventare una persona migliore. Di consigli ne avevo già ricevuti molti, e avevo sviluppato una discreta capacità di considerarli profondi senza cambiare nulla.
Settimana dopo settimana, quelle parole hanno cominciato a leggere me. Hanno fatto emergere le paure, gli idoli ben vestiti, il bisogno di controllo, l'immagine di un Dio concorrente della mia libertà. Credevo che la fede chiedesse di rinunciare alla vita. Stavo scoprendo che senza un senso la vita mi scivolava tra le mani anche quando sembrava piena.
La rinascita spirituale non è arrivata come una colonna sonora al momento giusto. Nessuna luce dall'alto, almeno non una che si potesse fotografare. È accaduto qualcosa di più concreto e meno cinematografico: Cristo ha ricominciato a riguardarmi.
Pensavo di cercare Dio. La fede è rinata quando ho riconosciuto che era Lui a cercare me.
Essere cercato cambia tutto. Toglie alla fede il sapore dello sforzo religioso e le restituisce quello dell'incontro. Non devo convincere Dio a presentarsi. Non devo produrre abbastanza meriti perché si accorga di me. La mia inquietudine non è la prova che Lui è assente: può essere il punto in cui la Sua voce sta già chiamando.
Cerco Te nasce dentro questa coscienza.
Il titolo sembra raccontare un movimento mio verso Dio. In realtà custodisce il rovesciamento che mi ha rimesso in piedi: potevo cercarlo perché ero già cercato. Il desiderio non era un difetto da spegnere, ma una traccia. Qualcuno aveva lasciato il proprio nome dentro la mia fame.
Da questa esperienza è nato nel 2021 il primo EP dei Qoelet. Non come il certificato di una conversione riuscita. Non avevo improvvisamente risolto me stesso, la fede o il pop cristiano — tre imprese che consiglio di non tentare nello stesso pomeriggio.
Quel primo lavoro era una restituzione. Il tentativo ancora fragile di trasformare in suono ciò che mi era accaduto: la ricerca, l'abbandono, la lode, una nascita che non coincideva con il diventare finalmente bravo, ma con l'essere raggiunto.
Questa nuova direzione ha incontrato la chitarra e la scrittura di Matteo Piccoli e ha preso il nome Qoelet. Un nome poco rassicurante, per fortuna. Perché la fede ritrovata non aveva cancellato le domande: aveva dato loro un luogo in cui non fossero più costrette a fingere di bastare a se stesse.
Riascolto oggi Cerco Te e sento tutti i limiti di un inizio. Ma sento anche una cosa che non vorrei correggere: l'urgenza. Quella voce non sta illustrando un argomento religioso. Sta cercando di non perdere di nuovo un Volto.
Il primo EP non è stato l'arrivo. È stato il momento in cui abbiamo capito da quale ferita volevamo cantare e verso quale Presenza volevamo tenere aperta la porta.
A San Giovanni Lupatoto l'Adige continua a scorrere dietro case, strade e capannoni. Non sembra il paesaggio adatto a una rinascita spirituale. Forse è proprio questo il punto: Cristo non aspetta che la scena diventi degna di Lui.
Entra nella periferia. Attraversa una vita normale. Chiama per nome uno che aveva smesso di cercarlo.
Io continuo a cercare.
Ma non più da solo. E soprattutto non più per primo.


