Sono fermo a un semaforo rosso. È quasi mezzanotte, non passa nessuno e la strada davanti a me è vuota. Potrei andare. Non lo faccio.
Per qualche secondo mi sento persino una persona perbene. Poi capisco che essere buoni quando non costa niente è una forma molto economica di santità.
Di libertà parliamo continuamente. Liberi di scegliere, di cambiare, di dire, di diventare. Liberi di costruire una versione migliore di noi stessi e, possibilmente, di comunicarla bene. La libertà è diventata una specie di centro commerciale aperto ventiquattr'ore: molte porte, molta luce, nessuna indicazione su dove andare.
Il problema è che poter scegliere non ci dice che cosa meriti di essere scelto.
Anzi, più possibilità abbiamo, più diventiamo bravi a chiamare libertà ciò che ci conviene. Io per primo. Difendo i miei spazi, il mio tempo, le mie ragioni. Mi piace pensare di essere libero; mi piace un po' meno chiedermi chi stia pagando il prezzo di quella libertà.
Barabba è l'uomo a cui viene aperta una porta. Non perché sia innocente. Non perché abbia finalmente dimostrato il proprio valore. Esce perché un altro rimane.
Questa scena mi disturba da anni. Forse perché distrugge l'idea più rassicurante che ho di me: quella secondo cui, in fondo, ricevo ciò che merito. Ho lavorato, ho tenuto duro, ho fatto il possibile. Quindi il poco bene che arriva dovrebbe essere la giusta ricompensa. È una contabilità morale ordinata. Peccato che la vita, e ancora di più il Vangelo, sembrino poco interessati ai miei fogli Excel interiori.
Barabba non è il campione degli ultimi. Non è un eroe alternativo da stampare su una maglietta. È un colpevole che si ritrova vivo. Tutto qui. E questo “tutto qui” è enorme.
Mi sono chiesto che cosa abbia fatto appena uscito. Se abbia corso. Se si sia voltato. Se abbia cercato di dimenticare il volto dell'uomo che prendeva il suo posto. I Vangeli non lo raccontano. Lasciano un silenzio, e quel silenzio è più onesto di molte spiegazioni.
È dentro quel silenzio che ho incontrato Pär Lagerkvist. Non in una lezione universitaria: in un articolo di Tracce, la rivista di Comunione e Liberazione. Mi colpì che a inseguire Barabba fosse uno scrittore che si definiva un «ateo religioso»: senza fede, ma con un senso religioso troppo vivo per archiviare Dio tra le pratiche chiuse.
Nel 1950 Lagerkvist pubblicò Barabba. L'anno successivo ricevette il Nobel per la letteratura per la forza e l'indipendenza con cui cercava risposte alle domande eterne dell'uomo. La cosa buffa — o forse terribilmente seria — è che il suo personaggio non trova una risposta ordinata. Resta segnato da un fatto.
Il suo Barabba è l'uomo a cui Cristo salva la vita e che non riesce a capire perché.
È esattamente ciò che mi ha trafitto. Lagerkvist non scrive da credente, e proprio per questo non protegge il lettore con il linguaggio religioso. Lascia Barabba davanti allo scandalo puro: io sono vivo perché quell'Uomo è rimasto sulla croce.
Il testo de Il canto di Barabba nasce da lì. Non dal tentativo di spiegare il romanzo o correggere l'ateismo del suo autore. Nasce dal desiderio di dare voce a quella crepa: un uomo che non sa credere, ma non può più vivere come se Cristo non lo riguardasse. Immeritatamente libero. E, forse per la prima volta, veramente vivo.
Io probabilmente avrei corso. Poi avrei costruito una buona teoria per non pensarci più.
Siamo diventati abilissimi in questo. Riceviamo tempo, affetto, possibilità, perdono; dopo pochi giorni li consideriamo proprietà privata. La gratitudine dura meno della batteria del telefono. Il merito torna subito a occupare la scena.
Ma una libertà ricevuta al posto di un altro non può essere un possesso tranquillo.
La libertà non ci rende innocenti. Ci rende responsabili di ciò che facciamo con la porta che si è aperta.
Non significa vivere schiacciati dal debito. Cristo non libera Barabba per trasformarlo in un servo impaurito. Il dono non chiede umiliazione; chiede memoria. Sapere che sono vivo per una grazia che non controllo cambia il modo in cui guardo chi mi sta accanto. O almeno dovrebbe.
Invece continuo a confondere la libertà con l'assenza di legami. Se nessuno dipende da me, se posso andarmene, se non devo rispondere, allora sono libero. La famiglia mi ha smentito con una certa efficacia. Anche alle tre del mattino.
Un figlio che chiama, una moglie stanca, un amico che ha bisogno: il legame sembra togliere libertà solo finché penso che essere libero significhi non appartenere a nessuno. Poi accade qualcosa di più vero. Scopro che la mia vita prende forma proprio quando smette di essere soltanto mia.
Il semaforo diventa verde. Parto.
Non ho risolto Barabba. Forse una canzone nasce proprio quando una figura non si lascia risolvere. Abbiamo provato a dargli una voce senza assolverlo e senza usarlo come simbolo. La voce di uno che si ritrova fuori, con l'aria della notte addosso e una domanda che non potrà più scrollarsi di dosso: perché io?
È la stessa domanda che mi raggiunge ogni volta che la vita, senza una ragione sufficiente, mi lascia ancora andare.
Non sempre trovo una risposta. Ma da qualche parte, dietro di me, resta un uomo che non è sceso dalla croce.
E la strada davanti non è più semplicemente vuota.


