Alle 22:47 la casa cambia suono.
I bambini dormono, o almeno hanno smesso di negoziare con il sonno. In cucina restano due bicchieri, qualche briciola e la sensazione che la giornata abbia già dato tutto. È il momento in cui una persona ragionevole andrebbe a letto.
Io apro il computer.
Matteo e io siamo entrambi sposati, padri di figli piccoli. Lavoriamo nel mondo normale, quello in cui il pane non arriva in cambio di un bel ritornello. Ci guadagniamo la vita con il lavoro, serviamo le nostre famiglie e proviamo a non diventare estranei alle persone che amiamo. La musica riceve ciò che resta: notti, messaggi vocali, prove spostate, mezz'ore salvate per miracolo.
Nel frattempo stiamo lavorando al nostro primo album.
Scritta così sembra quasi una frase promozionale. In realtà significa che una tastiera resta accesa a volume basso mentre nella stanza accanto qualcuno tossisce; che un arrangiamento viene interrotto perché è finito il latte; che una strofa impiega tre settimane a trovare il proprio posto, non per perfezionismo, ma perché il martedì successivo arriva dopo sette giorni.
La musica contemporanea ama la parola “costanza”. Bisogna pubblicare, esserci, alimentare il pubblico, non sparire. L'algoritmo, come certi imperatori antichi, gradisce sacrifici regolari. Non ha figli con la febbre, quindi fatica a comprendere.
Per molto tempo ho vissuto questa lentezza come una colpa. Ogni concerto non fatto, ogni uscita rimandata, ogni occasione persa sembrava la prova che non desiderassi abbastanza. Se vuoi davvero qualcosa, ci hanno insegnato, trovi il tempo. È una frase motivazionale molto efficace finché nessuno ha bisogno di te.
Poi ho capito che il tempo non si trova. Il tempo si dà. E il modo in cui lo diamo dice chi amiamo.
La famiglia ci tiene lontani dalla finzione del palcoscenico e ci riconsegna alla vita. Non perché il palco sia falso in sé. È falso quando comincio a credere che la parte illuminata sia quella più vera, e che tutto il resto — piatti, fatture, stanchezza, attese — sia soltanto il corridoio verso il momento importante.
Non è così.
Il momento importante spesso sta già dormendo nella stanza accanto.
Questo non rende tutto romantico. Ci sono sere in cui vorrei avere più tempo, più energia, più silenzio. Ci sono giorni in cui la famiglia non sembra una poesia ma una riunione organizzata da qualcuno che ci odia. Ci sono rinunce reali. A volte anche risentimento, e il risentimento è un pessimo produttore artistico.
Ma proprio qui si rompe una menzogna: quella secondo cui la mia vita comincerà quando finalmente potrò dedicarmi a me stesso.
La famiglia non ci sottrae alla vita dell'artista. Ci sottrae all'idea che l'artista meriti una vita separata dagli altri.
Lavorare così cambia le canzoni. Le rende più lente, forse. Ma toglie loro la possibilità di fingere. Una frase deve sopravvivere al mattino dopo, al traffico, alla spesa, a una giornata storta. Se funziona soltanto dentro una stanza con le luci giuste, probabilmente non è ancora vera.
Il nostro primo album sta nascendo in questa prova. Non vogliamo fare della fatica un marchio. Anche la retorica dell'artista che soffre in silenzio diventa presto una posa, e in provincia le pose si vedono benissimo sotto i neon.
Vogliamo però custodire ciò che questa vita ci ha insegnato: nessuna nota viene da un luogo neutro. Arriva da mani che hanno lavorato, da corpi stanchi, da promesse mantenute male e poi riprese, da mogli che portano un peso insieme a noi, da figli che non sanno nulla dei nostri progetti e per questo li giudicano con perfetta libertà.
Lontani, ai margini, persi nella periferia, viviamo a volte un abbandono solo apparente. È qui che ci incontra Cristo. Non nella versione finalmente riuscita di noi stessi, ma dentro la vita che abbiamo ricevuto e che, quasi sempre, ci supera.
Lui è qui.
Non come una soluzione aggiunta all'ultimo paragrafo. Come una Presenza che rende abitabile persino il tempo spezzato. Il frammento non diventa intero, ma smette di essere scarto.
Sono quasi le due. Salvo una nuova versione del brano. Il nome del file finisce con “definitiva_7”, che nel linguaggio dei musicisti significa semplicemente “ne riparliamo domani”. Chiudo il computer.
La casa è ancora silenziosa.
Il primo album non è finito. La vita, invece, è già cominciata da molte ore.


