Resto in macchina al piano meno uno del centro commerciale. La spesa è nel bagagliaio, il neon sopra di me ha l'entusiasmo di un ufficio comunale e nell'autoradio suonano i Radiohead.
Non è esattamente Woodstock.
Forse è per questo che la musica funziona così bene. Alcuni dischi chiedono un tramonto, altri un impianto enorme. Questa musica sembra capire perfettamente un parcheggio quasi vuoto, le frecce dipinte sull'asfalto e quella strana impressione di aver comprato tutto il necessario senza avere trovato ciò che cercavi.
Ascolto i Radiohead da anni. Non perché abbiano una risposta da offrirmi. Semmai perché hanno avuto il coraggio di non rendere sopportabile troppo in fretta ciò che sopportabile non è.
Viviamo in un tempo che chiede alla musica di funzionare subito. Il ritornello deve arrivare presto, il video deve trattenere nei primi secondi, l'artista deve essere riconoscibile in una frase. Ogni cosa deve spiegare che cosa vuole da noi prima che il nostro pollice decida di andarsene.
La velocità non è il vero problema. Il problema è che stiamo confondendo la comprensibilità con la verità.
Ciò che è vero, a volte, non si lascia riassumere. Ha bisogno di ripetizione, distanza, persino noia. Entra lentamente. Alcune canzoni le capiamo dopo dieci anni, quando finalmente ci accade la vita per cui erano state scritte.
Naturalmente anche l'alternative può diventare una divisa. Basta una fotografia desaturata, un carattere molto piccolo e l'aria di conoscere un dolore che gli altri ignorano. La tristezza, se confezionata bene, è un ottimo prodotto premium. Lo dico con rispetto e con un armadio pieno di magliette nere.
Ma nei momenti migliori quella musica non vende oscurità. Rifiuta la semplificazione.
Mi interessa questo rifiuto. Non voglio che una canzone mi dica che andrà tutto bene. Voglio che sia abbastanza onesta da permettermi, almeno per qualche minuto, di smettere di mentire.
La buona musica non ci distrae dal disagio. Gli dà una forma in cui possiamo finalmente guardarlo.
È una differenza enorme. Il disagio senza forma diventa ansia, rumore, irritazione contro chi capita. Quando prende una forma — una melodia, una parola, un silenzio — non scompare, ma può essere attraversato. Diventa quasi un luogo.
Forse è qui che la musica alternativa ha ancora qualcosa da dire. Non nell'essere strana a tutti i costi, ma nel proteggere ciò che il mercato vorrebbe rendere più semplice. Una voce non perfettamente levigata. Un tempo che non obbedisce. Una domanda che resta aperta dopo l'ultima nota.
La provincia mi ha insegnato qualcosa di simile. Da San Giovanni Lupatoto il mondo sembra passare altrove. Le grandi narrazioni arrivano attraverso gli schermi; qui restano rotonde, capannoni, campi, garage, l'Adige che continua il suo lavoro senza ufficio stampa.
Puoi vivere questa distanza come una condanna oppure come un punto di osservazione.
Ai margini si vede bene quanto sia ridicola la corsa per stare al centro. Si vede anche quanto io stesso la desideri. Voglio essere riconosciuto, ascoltato, invitato. Vorrei che le canzoni raggiungessero molte persone e riesco perfino a dare a questo desiderio ragioni molto nobili. Ma sotto le ragioni nobili c'è spesso una domanda meno elegante: qualcuno mi vede?
Il successo promette di rispondere. Non lo fa mai abbastanza.
Su questo il libro biblico di Qoelet è più alternative di molta musica alternative: guarda le opere, il piacere, il prestigio, la sapienza e osa dire che non bastano. Non perché siano cattivi, ma perché chiediamo loro di amarci e loro non ne sono capaci.
La fede, allora, non è la colonna sonora rassicurante che mettiamo sopra il disagio. Se fosse questo, sarebbe soltanto un altro effetto di produzione. Cristo entra nel punto in cui le mie strategie di salvezza hanno finito gli argomenti. Non cancella il parcheggio. Mi raggiunge lì.
Questa è anche la direzione che cerco per Qoelet. Non imitare i Radiohead — il mondo dispone già dei Radiohead e se la cava benissimo — ma imparare la libertà di non addolcire la ferita. Lasciare che la bellezza apra un varco senza usarla per coprire il vuoto.
In “Pienezza di vita vera” abbiamo provato a stare dentro quella fame. Non a spiegarla da fuori. Non so se ci siamo riusciti del tutto. Le canzoni, quando sono vive, conoscono anche il nostro fallimento.
Il brano finisce. Il neon continua a ronzare. Accendo il motore e la voce del parcheggio mi ricorda di verificare di non avere lasciato oggetti incustoditi. Ringrazio per la premura.
Esco verso la rampa.
Fuori non è diventato tutto chiaro. Ma per qualche minuto il buio ha avuto una forma, e dentro quella forma è passata una luce che non avevo prodotto io.


